Francesco Sepe

α 30 settembre 2002
ω 27 agosto 2018

“Un addio con un inizio”

Voglio raccontarvi io stesso la mia storia, attraverso le parole del mio papà Achille e della mia mamma Lina. A loro ho affidato un compito molto importante: parlare ai giovani, spiegare loro l’importanza del rispetto delle regole sulla strada, fargli comprendere il valore della donazione degli organi. Mamma e Papà sono in contatto con tanti genitori che hanno perso un figlio a causa di un incidente stradale. Parlano, si confrontano. Hanno conosciuto tante storie diverse, ognuna con la sua dinamica. C’è chi cerca giustizia, chi cerca verità: per loro “cercare” è far capire che in un attimo cambia tutto e questo è dovuto esclusivamente all’esser responsabili del mezzo che stiamo guidando. Sono entrati a far parte di un mondo che nessuno conosce, solo chi lo vive può conoscerlo. A volte sembra che tutto questo agli altri non appartenga, mentre la strada e le sue insidie sono qualcosa di presente ogni giorno. Mamma e Papà vanno nelle scuole a parlare a ragazzi come lo ero io, che lo resterò per sempre, e dicono loro che guidare una macchina non è un gioco.

Sono nato il 30 settembre del 2002 a Lucera, in provincia di Foggia. Il mio paese, San Bartolomeo in Galdo, che si trova in Campania nella provincia di Benevento, è al confine con il Molise e la Puglia e l’ospedale più vicino per nascere era a Lucera. Quando ho iniziato a frequentare la scuola secondaria di secondo grado dovevo perfino spostarmi in Molise, a Campobasso: ogni giorno percorrevo 60 chilometri all’andata e 60 al ritorno. Quel tragitto non mi pesava affatto. Ero felice di andare in una città, a volte il paese mi stava un po’ stretto. Sognavo in grande per me! Mi ero iscritto all’Istituto Professionale per Odontotecnici “Vincenzo Cuoco”. Ero rimasto affascinato da un articolo di giornale, nel quale si parlava del nuovo laboratorio di odontotecnica realizzato in questa scuola di Campobasso. E poi tenevo tantissimo al mio sorriso, ai denti sempre bianchi e curati, così come al mio aspetto fisico tanto che passavo le ore in bagno per essere sempre ben pettinato e profumato. Chiesi a mamma e papà di andare a vedere questa scuola e mi accontentarono. Fu amore a prima vista. Mi hanno sempre detto di essere più maturo rispetto ai miei coetanei. Ho sempre avuto le idee chiare, fin da bambino. Ero sempre allegro, sorridente e buono con tutti. Alla scuola primaria mi chiamavano il “cocco”, diminutivo di Francesco, che poi mi è rimasto come nomignolo affettuoso.

Mamma e papà a San Bartolomeo in Galdo avevamo un negozio di casalinghi. Era proprio in centro, ci conoscevano tutti. Ma non vi ho ancora detto la cosa più importante: avevo una passione viscerale per la musica rap. Scrivevo canzoni dall’età di 13 anni. Avevo un sogno, che oggi posso dire che in qualche modo si è realizzato: far parlare di me. Una volta lo dissi anche ai miei genitori: “Un giorno sentirete parlare di me”. Quelle parole sono state profetiche.

Sono sempre stato un tipo prudente. Esser preciso mi veniva naturale. Quando andavo in scooter il casco lo tenevo sempre ben allacciato. Papà mi aveva regalato il suo motorino. Lo desideravo tanto, perché mi faceva sentire libero di andare al fiume con gli amici, arrivare fino al boschetto di San Bartolomeo, andare in giro per il paese e i miei per garantirmi una maggior sicurezza mi hanno comprato un casco integrale di ultima generazione. I miei amici dicevano che ero forse l’unico del gruppo a rispettare sempre le regole della strada.

Era il 20 agosto 2018. Dopo qualche giorno San Bartolomeo avrebbe festeggiato il suo patrono e in quel periodo di solito il paese si riempie di villeggianti. Mi ero preparato come sempre per uscire. Prima di raggiungere il mio gruppo di amici sono passato in negozio a salutare i miei, per dirgli che ci saremmo rivisti in serata perché stavo andando ad incontrare dei ragazzi che venivano da fuori proprio in occasione della festa. Ho trascorso il pomeriggio al bar dove andavo sempre. San Bartolomeo è uno di quei paesi dove non pensi che possano succedere tragedie, tanto che anche i bambini vengono lasciati liberi di circolare con le bici. Pensi che il pericolo sia relativo, ma non è così. Mentre ero al bar mi viene voglia di andare a fare un giro. Mi rivolgo alla barista, Anna. La chiamo insistentemente per nome finché non si gira a salutarmi. Saluto i miei amici e salgo in scooter. Percorro un ponte rettilineo nei pressi della Villa comunale, e mi fermo per dare la precedenza e poi svoltare a sinistra. Dietro di me, una fila di macchine ferme per permettere la svolta. All’improvviso un’auto ad alta velocità, condotta da un ragazzo, vedendo le tre macchine ferme al bivio, sorpassa la fila e mi travolge mentre ero ancora fermo per accingermi a girare. Il casco resta integro, come del resto il mio corpo. Ma il forte impatto mi aveva spostato la gabbia toracica e il cuore si era spostato di tre centimetri. Si è creata una bolla d’aria che mi aveva compresso lo sterno. Ho avuto un primo arresto cardiaco e sono stato rianimato dalla conducente della terza auto che era ferma dietro di me, una ragazza che aveva appena frequentato un corso di primo soccorso. Subito dopo è arrivata l’ambulanza. I soccorritori hanno provato a rianimarmi una seconda volta. Sono arrivato al Rummo di Benevento ancora vivo ma in condizioni disperate. Mamma e papà erano in negozio quando ho avuto l’incidente. La nipote di mamma, Ursula, gli dice che ero caduto dal motorino. Hanno lasciato tutto quello che stavano facendo perché avevano il presentimento che mi fosse accaduto qualcosa di grave. Intorno a me c’era tanta gente. Mamma e papà dicono che il ricordo di quel momento non riescono a metterlo a fuoco. Ricordano solo parole di disperazione, ma non grida. Quando era ancora steso a terra mamma era in ginocchio accanto a me; mi ha chiamato dolcemente e il mio cuore ha ripreso a battere. Il mio volto in quel momento trasmetteva una strana calma e una grande pace. Era come se emanassi luce. Arrivati al Rummo, sono stato sottoposto ad una serie di esami. Nella notte mi è stata asportata la milza. Sono stato trasferito così in Rianimazione dove sono rimasto per una settimana. Mamma, papà, la mia sorellina Alice e tantissime persone che mi amano mi sono stati accanto. Hanno sperato fino all’ultimo che mi risvegliassi. Ma io non avevo nulla di operabile, il problema era un altro. I miei hanno trovato conforto nella preghiera. Tutto il paese si è stretto intorno a me. Le chiese sono rimaste aperte per permettere a chi volesse di andare a pregare, le vecchiette si riunivano nei garage per dire il rosario. Tutti speravano nel mio risveglio. Questa tragedia ha colpito un’intera comunità.

Dopo una settimana mamma e papà sono stati chiamati per sapere se volevamo autorizzare la donazione dei miei organi. Loro mi conoscono bene e sanno che io non avrei esitato ad acconsentire. La sera in cui doveva avvenire l’espianto, mamma e papà hanno lasciato l’ospedale e hanno assistito ad una scena che li ha colpiti molto. Su tutti i ponti del circondario c’erano pattuglie di polizia e carabinieri. Stavano aspettando le ambulanze della Croce Rossa che erano arrivate da Capodichino, per scortarle nel trasporto degli organi. I miei organi stavano andando a Brescia, Genova e Palermo. Si sono alzati tre elicotteri per queste tre città. Sto continuando a vivere in tre ragazzi della mia età. Il 29 agosto 2018 ci sono stati i miei funerali officiati dal Vescovo, chiamato dal parroco che mi aveva visto crescere. Il Vescovo in chiesa ha dato una lezione di vita ai ragazzi presenti, in tantissimi venuti anche da Campobasso con i pullman. Quando la messa è finita il corteo che ha seguito il feretro non è stato il solito corteo. I ragazzi mi hanno voluto portare a turno sulle spalle, hanno voluto accompagnarmi loro fino al cimitero. Non era un corteo composto, ma sembrava un concerto. In paese suonavano le campane a festa, perché non poteva essere altrimenti. La mia vita è stata gioia pura.

Una volta terminato tutto, ognuno ha ripreso la sua vita. Mamma, papà e Alice si sono ritrovati a casa, circondati sì da tanto affetto, ma senza di me. E lì sono sprofondati. Vedere la persona che ha provocato l’incidente in giro per il paese li distruggeva. Il tutto si stava trasformando in rabbia e ferocia e non sapevano a cosa avrebbero potuto portare, così hanno preferito lasciare San Bartolomeo.

Papà ha lasciato tutto ed è partito per Milano da solo, dove è rimasto un paio di mesi. Alice stava finendo la terza media, quindi lei e mamma non potevano spostarsi. Papà ha deciso di stravolgere tutto per salvare il salvabile, la fuga è stato un istinto di protezione. Papà non è scappato, ha sempre amato il suo paese, lì ci sono tante persone che ci vogliono bene.

Quando papà era a Milano seguiva su Facebook la pagina di un quotidiano online per restare aggiornato sulle notizie di cronaca. Un giorno si parlava di un incidente che aveva coinvolto un ragazzo della mia età, investito mentre era in skateboard. Si ero convinto che doveva andarlo a trovare ma non sapeva nulla di lui, nemmeno in quale ospedale fosse. Conosceva solo il suo nome, Alessandro. Voleva andare da quei genitori, sentiva questo dentro, per raccontare la nostra storia e star loro vicino. La ricerca di Alessandro è durata circa un mese e mezzo. Ad un certo punto ha dovuto rinunciare all’idea di trovarlo. Dopo alcuni mesi, quando mamma, papà e Alice si erano già trasferiti in Sicilia, papà viene contattato da un ragazzo che aveva fatto una storia di Instagram con la canzone “Ferite” di Junior Cally e tagga il mio profilo, che oggi gestisce mio padre. Papà ringrazia e lui ricambia. Inizia una conversazione. “Da dove mi scrivi?” chiede mio padre. “Dalla provincia di Milano e anche io ho avuto un incidente”. D’istinto papà gli scrive: “Ma ti hanno dimesso? Hai per caso avuto un incidente con lo skate?”. “Sì, sono io, mi chiamo Alessandro”. Era stato Alessandro a trovare il mio papà. Con me Alessandro condivide la passione per il rapper Junior Cally e abbiamo un’altra cosa in comune. Anche Alessandro ha regalato un bracciale a Junior Cally, proprio come hanno fatto mamma e papà in mio ricordo, e Cally li porta tutti e due. Dice che quei due bracciali “gli pesano molto”, perché le storie che rappresentano sono fardelli da portare.

Oggi la mia storia, la mia sensibilità espressa attraversi i testi delle canzoni e il mio amore per la musica, sono note a tutta Italia proprio grazie a Junior Cally, che dopo la mia morte ha contattato mamma e papà e mi ha dedicato la canzone “Ferite”. Nell’immaginario collettivo il rapper è “cattivo”, aggressivo e Junior Cally rispecchia quell’idea. Ma poi c’è Antonio, che è il suo vero nome, che è un ragazzo dal cuore grande. L’idea di scrivere una canzone dedicata a me è stata sua. Una settimana prima dell’incidente ero ad un suo concerto, in prima fila. Qualcuno ha detto a Junior, dopo una settimana da quanto accaduto, che quel ragazzo che lui aveva avuto di fronte per tutta la sera del concerto era stato coinvolto in un brutto incidente. Junior d’istinto ha controllato tra i messaggi di Instagram e si accorge di un mio messaggio: al termine del concerto gli avevo scritto “Ricordati di me”. Lui ne è rimasto sconvolto. Rivede i video girati quella sera, e in uno di questi c’ero anche io che gridavo “Bella Junior”, saluto che lui ricambia nella canzone “Ferite” con un “Bella Fra”. Chiunque ascolta questo brano ne resta colpito, perché è struggente, da brividi. Junior Cally è venuto anche a San Bartolomeo. Ad un anno dalla mia scomparsa è stato organizzato un concerto e lui era l’ospite d’onore.

Oggi è mio padre Achille a gestire il mio profilo Instagram, “Therealfrakt”, ed è esplosa la notorietà che cercavo; l’ho ricevuta in questo modo perché migliaia di ragazzi hanno contattato i miei genitori su Instagram dopo l’uscita di questo brano. Papà si è ritrovato a parlare con migliaia di ragazzi che volevano sapere chi fossi.

Dall’incidente il cellulare è uscito intatto. Quando papà lo ha riacceso, senza esitazione ha incredibilmente ricordato la password per accedere, quella della mia email che non avevo mai rivelato a nessuno, quella del mio Instagram. Questa cosa non riescono a spiegarsela.

Oggi mamma, papà e Alice vivono a Milazzo, in Sicilia. Qui hanno conosciuto alcune persone legate all’AIDO e da quando sono arrivati loro hanno stravolto le cose perché stanno portando il mio messaggio ovunque. Hanno ricomposto il direttivo locale dell’AIDO, parlano ai giovani. E pensate, mi conoscevano già tutti.

C’è ancora una cosa che non vi ho detto. Qualche mese dopo l’incidente, leggendo gli appunti trovati sul mio telefono mamma e papà hanno trovato diversi testi di canzoni scritti da me e ce n’è uno che li ha lasciati di stucco: “Prima la chiudo/e poi vi saluto/con la mano in alto/parto senza ritorno/ guardo il sole/ e le nuvole sono il contorno/ ne ho bisogno/ perché fa schifo questo mondo/ io mi ci tuffo dentro/ sono pronto”. Loro lo hanno definito “un addio con un inizio”, perché io ho iniziato una nuova vita ma allo stesso tempo continuo a vivere in tre splendidi ragazzi, e con la mia storia voglio salvarne tanti altri.

 

 

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