Davide Marasco

α Sassari 8 giugno 1987
ω Roma 27 maggio 2019

Se Davide deve essere un seme allora sarà un seme che deve portare frutti nella persona della sua mamma

“A me piace vivere Davide al presente, con la sua allegria e il suo amore verso il prossimo. Davide nasce a Sassari l’8 giugno 1987 e frequenta la scuola primaria a Nuoro. Per questioni lavorative alla fine degli anni Novanta la nostra famiglia si trasferisce a Roma, ma non abbiamo mai smesso di fare su e giù con la Sardegna. Davide stesso ha deciso di proseguire gli studi in Sardegna e ha studiato all’IPSSAR di Arzachena, l’Istituto per la ristorazione e il turismo. Per un breve periodo torna a Roma ma per perfezionare il suo corso di studi va in Inghilterra. Rientrato a Roma incontra una ragazza e in giovanissima età, a 22 anni diventa papà di uno splendido bimbo. Per mantenere la famiglia si adatta a lavorare come panettiere, presso un noto panificio di Roma. Accetta orari impossibili, ma tutto ciò sembra non pesargli. È sempre stato molto responsabile già da ragazzino: studiava d’inverno, lavorava d’estate. Davide è molto sensibile anche alla tematica dell’incidentalità stradale, poiché il nonno paterno, mio padre, nel 1964 morì di incidente stradale su uno scooter. Per questo motivo ho sempre cercato di sensibilizzare i miei figli, ricordandogli che l’auto può essere un’arma, può essere un bene ma può essere anche un male. Per questa ragione Davide è sempre molto prudente. Altrimenti io non sarei mai salita in auto con lui! Perché ho convissuto con un’ assenza, data dalla morte di mio papà avvenuta quando io ero bambina, avevo 3 anni e lui ne aveva 30, più o meno l’età di Davide. Non ho mai voluto che i miei figli prendessero il mezzo in maniera impropria. Non ho mai dovuto insistere più di tanto perché sono sempre stati tutti ragazzi coscienziosi. Davide è un ragazzo, molto responsabile, molto attento nei confronti della famiglia, molto legato ai fratelli, è quello che elargisce i consigli ai fratelli più piccoli, quello che discute con me per una visione differente della realtà. Mi dice “contro di te non posso vincere, la spunti sempre tu!”, ed è fiero di questa cosa, perché sono venuta a sapere, che alla sua compagna come prima cosa ha parlato della sorella e di me, definendomi una “donna di lotta”. Lui è un credente, partecipa alle attività della sua parrocchia,come allenatore di una squadra di calcio (già durante il periodo della permanenza in Sardegna Davide faceva parte della squadra di calcio di Luogosanto) e comunque io, di idee diametralmente opposte alle sue, l’ho sempre sostenuto e lasciato libero di scegliere e non solo, più di una volta mi ha coinvolto con la sua allegria, chiedendomi di andare in parrocchia per partecipare alle feste o guardare gli allenamenti. Ha coinvolto anche i suoi fratelli all’interno di questa squadra, come giocatori. Davide ama il prossimo, l’umanità. Non ha nessuna cattiveria, anzi cerca di mettere pace laddove non ce ne sia. Mi prende anche un po’ in giro per le mie idee opposte, mi fa delle battute, ma nello stesso tempo apprezza il fatto che io parallelamente lo assecondi. Davide è cresciuto nel rispetto del prossimo, sono i valori che da sempre ho portato avanti, lo faccio anche adesso perché, come dice lui, sono una donna di lotta, ma ho sempre lasciato i miei figli liberi di esprimersi con il loro credo, con i loro ideali.

Davide ama il Judo, tutta la famiglia lo pratica e abbiamo delle cinture nere; una delle sue sorelle è nazionale di Judo. Abbiamo infatti aperto un’associazione culturale e sportiva che porta il nome di Davide, dove si pratica lo Judo, l’abbiamo aperta in un quartiere popolare, come Tor Bella Monaca, perché lui proviene dal popolo, è un lavoratore, un ragazzo che è stato ammazzato mentre andava al lavoro. Non è uno sbandato. Il suo assassino invece non è una persona per bene. Era sotto effetto di alcol quando ha imboccato contromano l’uscita 18 del Grande Raccordo Anulare e ha preso in pieno mio figlio che stava andando a lavoro a bordo di uno scooter. Era quasi arrivato, mancavano 300 metri. Davide aveva la macchina rotta in quel periodo e con tanti sacrifici era riuscito a comprarne un’altra che sarebbe dovuta arrivare il giorno successivo. Quella notte, quindi, per andare a lavoro in panetteria, prende lo scooter. L’impatto ha fatto volare Davide a diversi metri di distanza. Gli ha procurato lo sfondamento della cassa toracica e del cranio, nonostante avesse il casco, un casco omologato e ben allacciato, acquistato da poco, perché anche in questo io ho sempre insistito. L’assassino di Davide ha proseguito la sua folle corsa. Lo ha solo fermato il fatto che avesse perso i pezzi della macchina all’altezza del quartiere Giardinetti, dove poi è stato trovato e raggiunto da una pattuglia della polizia. Era il 27 maggio del 2019. Davide è morto per pluritraumatismo. Davide non avrebbe mai preso lo scooter senza indossare il casco. La fine che gli ha fatto fare il suo assassino è in contrapposizione con quello che era Davide. Non meritava di avere quel trattamento, di essere lasciato a morire sull’asfalto. Chi lo ha ammazzato è completamente all’opposto. È fuggito e fuggire è un atto infame. Ho saputo della morte di mio figlio dai social. I familiari vengono avvisati dalle autorità sempre tardi, dopo che lo hanno saputo da altre persone, se non addirittura, dai media, come è avvenuto nel nostro caso. A mia figlia arrivavano messaggi di cordoglio sui social e noi eravamo ancora all’oscuro dell’accaduto. La Polizia Municipale non è stata tempestiva nella comunicazione e io voglio battermi affinché nelle leggi per lesioni, o per omicidio stradale venga inserita anche la procedura per una veloce comunicazione ai familiari. Le battaglie che faccio non servono per far resuscitare Davide perché, per quanto io lo voglia, questo è impossibile. Io mi batto perché altre famiglie prendano l’esempio, si attivino e trovino la carica per andare avanti fino in fondo. Lasciandoci andare solo al dolore, al pianto e alla nostalgia, giusto sì perché ci riempie di ricordi non basta; occorre attivarsi, essere parte attiva in un processo di cambiamento, affinché di tragedie come queste, ne avvengano sempre meno. Quella strada dove è morto Davide, contrassegnata con una foto, sia luogo di riflessione. Il mio motto è: Un momento, sto pensando. Questa è la buona strada verso la vita.

“Credevano di averci sepolto e non sapevano che noi eravamo semi” (proverbio sudamericano)

Maria Grazia Carta (Mamma di Davide)

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