Per non dimenticare

Un luogo per mantenere vivo il ricordo di chi non c'è più. Le storie personali delle vittime della strada.

Matteo Testoni

α Carpi 31 gennaio 2000
ω Modena 6 aprile 2015

La solarità di “Matte” e quel sogno di diventare “chef”

Di Matteo non potevi fare a meno di amare la sua solarità. “Matte”, come lo chiamavano i suoi amici e le persone care, aveva sempre il sorriso e trasmetteva una grande positività era sempre allegro. Era difficile vederlo arrabbiato.

Il sogno di Matteo era quello di diventare chef, magari sulle navi da crociera. Per essere solo un ragazzino aveva le idee abbastanza chiare. Ma la vita purtroppo è imprevedibile. Tutte le mattine si alzava e prendeva la corriera che da Modena lo portava all’Istituto Superiore “Lazzaro Spallanzani” di Castelfranco Emilia dove aveva scelto di frequentare l’indirizzo professionale di “enogastronomia e ospitalità alberghiera”. Questa cosa non gli pesava affatto, lo faceva volentieri. A volte lo scoprivo intento a guardare i programmi dedicati alla cucina con occhi sognanti. Era celiaco e quindi dovendo per forza di cose mangiare in maniera diversa da noi, nel limite delle capacità che si hanno a 15 anni, qualche volta si preparava le sue cose da solo, cercava ricette adatte a lui. Quando andavamo in auto mi diceva sorridendo: “Brava mamma! Per essere una donna guidi bene” e io ridevo ripensando al detto “donna al volante, pericolo costante”! Lui mi riempiva di complimenti e mi aveva chiesto di fargli fare qualche guida quando avrebbe preso la patente.

Era diventato l’uomo di casa da quando il papà era andato via, un vero e proprio riferimento, oltre che un compagno di giochi, per la sorellina Martina di 5 anni più piccola. Il rapporto con la sorella era speciale. Lei è una peperina e lui l’accontentava sempre in tutto. Per dirne una: in casa ci sono due divani, dopo cena Martina si metteva sul divano dove solitamente si metteva Matteo. Mi capitava quindi di dirle di cambiare divano con un tono deciso ma lui si raccomandava con me: “lasciala perdere mamma, lasciala lì, vado io sull’altro”. Guai a chi gli toccava la sorella, non voleva che io la sgridassi mai. L’adorava. Anche quando lei gli faceva qualche dispetto. E questo amore era reciproco.

Il 6 aprile del 2015 la nostra vita è stata stravolta. Era il giorno di Pasquetta. Io il giorno dopo avrei dovuto lavorare e avevo lasciato Martina dai miei genitori e Matteo dai miei suoceri. Mi aveva chiesto di uscire in bici con un suo amico per andare a prendere un gelato. Gli ho fatto le solite raccomandazioni: “Stai attento in bicicletta quando attraversi”, una cosa che gli dicevo sempre. Matteo e il suo amico si trovavano a dover attraversare Viale Italia, una strada che a Modena chiamiamo “l’autostrada” perché è un vialone con due corsie di marcia dove tutti vanno oltre il limite di 50 km orari. Per attraversare c’è un semaforo a chiamata che è diventato rosso mentre Matteo con la sua bici terminava l’attraversamento. Erano le 16,15 all’improvviso gli è piombata addosso una moto che si è immessa da via Giardini e lo ha centrato in pieno sbalzandolo di 52 metri. Chi lo ha investito non era solo. Aveva il figlio dietro, di un anno più grande di mia figlia che fortunatamente non ha riportato danni. Il papà si è fatto male. Ha riportato una clavicola rotta, alcune costole fratturate e danni ai polmoni. Con noi non si è mai fatto sentire. Né una lettera né una telefonata. La perizia ha stabilito che la moto andava a 98 Km/h, su una strada il cui limite è di 50 Km/h. Il cuore di Matteo per il forte impatto si è fermato subito e nel cadere ha picchiato con la testa il cordolo del marciapiede; se fosse sopravvissuto sarebbe rimasto in stato vegetativo avendo battuto il cervelletto. Quando è avvenuto l’incidente io ero in casa e stavo stirando. Mi chiama la mamma di un amico di Matteo e mi dice che mio figlio aveva avuto un incidente in Viale Italia. Mentre mi recavo sul luogo dell’incidente mi chiedevo cosa potesse essersi rotto e mi domandavo come avrei dovuto organizzarmi per accompagnarlo a scuola visto che magari non poteva prendere più la corriera. Pensavo fosse caduto da solo in bicicletta e appena ho visto la mamma dell’amico di Matteo, che nel frattempo era venuta a prendermi, le ho chiesto cosa fosse successo. Quando l’ho vista piangere ho capito. “Anche se non te lo dico che cosa cambia?” mi sussurra. La strada era stata chiusa al traffico. Sul luogo dell’incidente c’erano polizia, vigili urbani e ambulanze e quando sono arrivata sul luogo dell’incidente dico alla mia amica mentre mi sosteneva: “Guarda Matteo non è morto! Lo stanno portano via in ambulanza!”. Ma la risposta confermava ciò che non volevo accettare: “Magari fosse Matteo, quello che stanno potando via è quello che lo ha investito”. Ho guardato verso Strada degli Schiocchi e ho visto un lenzuolo bianco. Matteo era lì. Mi hanno fatta sedere nella macchina dei vigili, mi hanno dato delle gocce per calmarmi e continuavo a chiedere se non fosse un brutto scherzo. Volevo vederlo per avere la certezza che fosse proprio lui.

La cosa che mi ha dato più fastidio in quel momento è stato l’accanimento dei giornalisti che insistevano per fare le foto a Matteo coperto dal lenzuolo bianco. La mia amica ha dovuto litigarci per mandarli via. Non sono riuscita subito a realizzare quel che stava accadendo, ho realizzato quando è arrivato il carro funebre. L’impresa che si è occupata di Matteo ha dimostrato una grande sensibilità, preservandolo dall’invadenza dei giornalisti che continuavano a volerlo fotografare anche quando lo avevano portato nella camera ardente allestita presso il loro locale. Qualche giornalista è venuto anche a citofonarmi a casa per chiedermi se volevo rilasciare un’intervista. Chiedevo solo rispetto per il mio ragazzo e per il grande dolore che stavo vivendo. Volevo essere protetta.

Quando un evento del genere ti coinvolge la tua vita cambia per sempre. Dopo non c’è più niente. Il nostro ometto ci manca in ogni momento, manca soprattutto nelle occasioni speciali come può essere semplicemente festeggiare un compleanno. È un macigno con cui devi imparare a convivere e devi farti forza e andare avanti. Fare prevenzione, sensibilizzare alla sicurezza stradale è un modo per andare avanti. Dopo qualche mese, d’accordo con il Sindaco di Modena ho fatto mettere sul luogo dell’incidente una sagoma con la scritta “Che non succeda mai più”, per invitare chi percorre Viale Italia a rispettare i limiti di velocità. Dopo circa un anno l’hanno rubata ma prontamente il Sindaco ha fatto in modo che venisse sostituita dicendomi che se ne avessero rubate quindici lui ne avrebbe messe altre venti! Lui era presente anche al funerale, era rimasto molto colpito da quanto accaduto a Matteo perché molto sensibile alla tematica della sicurezza stradale. Dovrebbero esserlo tutti gli amministratori.

Al posto di Matteo poteva esserci chiunque. Spesso ci arrabbiamo se troviamo un semaforo rosso, ma dobbiamo riflettere invece sul fatto che se corriamo il punto d’arrivo per tutti è quello dove adesso riposa il mio Matteo, ed è tragico. La velocità è la causa della morte di Matteo non ci sono dubbi!

La tua mamma Lilli

 

Mattia Maggio

α 17 marzo 1988
ω 12 agosto 2019

“Affinché tutti voi possiate incontrare l’essenza di Mattia in ciò che i suoi occhi hanno visto”

Caro Mattia, mi chiedono di raccontare la tua storia, di raccontarla soprattutto a chi non ti ha mai conosciuto affinché possa fermarsi a riflettere sull’importanza della vita e su come sia dovere di tutti evitare tragedie simili. Non voglio parlare di te al passato, perché voglio credere che in realtà non hai lasciato questa terra, ma sei volato in Australia per iniziare una nuova sfida, quella che ti eri ripromesso se il lavoro al bar che avevi preso in gestione non fosse andato per il meglio. Lo sai che la coppia di tuoi amici che vivono lì diventeranno genitori ad agosto? Hanno deciso di chiamare il loro bimbo Mattia. E anche qui a Martano c’è un altro bimbo che è stato chiamato Mattia in tuo onore, il figlio del tuo migliore amico. Chi ti ha conosciuto sa che sei sempre stato un ragazzo solare, il sole in persona! Ricordo ancora le parole delle tue maestre alle scuole elementari che ti avevano definito, già così piccolino, “un cavaliere d’altri tempi”. Io e te siamo cresciuti in simbiosi, forse perché sei il più piccolo dei tuoi fratelli. Ho fatto tanti sacrifici, aiutata dalla mia famiglia, per darvi un avvenire e tu non mi hai mai fatto mancare il tuo sostegno. I soldi erano pochi, io facevo lavori saltuari. Avevi solo 16 anni quando per aiutare economicamente la famiglia hai lavorato come cameriere. E con la prima paga mi hai comprato l’aspirapolvere perché volevi che io facessi meno fatica possibile per pulire casa. Mi sforzo di pensare a qualche tuo difetto. Forse l’ipocondria, ma trovavo sempre il modo di rasserenarti. E mi chiedo come avresti vissuto l’arrivo del Covid. Te le ricordi, poi, le sfuriate per farti mettere a posto la tua stanza? Come dicono qui, eri “ciliato”, disordinato! Tiravi fuori tutti i tuoi vestiti, li accatastavi e li lavavi solo quando non avevi più nulla da mettere! Le cose che ci legano sono sempre state molte, come la passione per le moto che ti ho trasmesso io forse quando già eri nella mia pancia. Ero incinta di te di tre mesi e ho guidato una moto. La voglia di libertà e di indipendenza che ti dà il guidare una moto è nel tuo dna, non puoi farne a meno, come quella volta in cui mi hai telefonato e mi hai detto “Mamma, stanno dando la possibilità di fare dei lanci con il paracadute. Ci buttiamo insieme?”. Ho preferito investire i sodi di quel lancio in un regalo per voi figli, anche se avrei voluto tanto fare quell’’esperienza con te! Mi dicevi sempre che appena saresti stato indipendente economicamente avresti acquistato una casa. L’affitto non faceva per te, erano soldi persi, dicevi. E così è stato. A 25 anni, potendo contare su un lavoro in un’area di servizio a Martano, hai comperato casa pagando il mutuo con grandi sacrifici. Ripenso a quei tempi come ripenso a quando, seduta sul divano, mi appoggiavi la testa sulle gambe e ti facevi accarezzare i capelli. Amavi tantissimo i bambini e per loro, soprattutto per quelli più bisognosi, continuerò a fare cose in tuo nome. Sono tantissimi i ragazzi che ancora oggi incontro e che mi dicono di esser stati “salvati” dall’orlo del precipizio grazie alle tue parole, alla tua lealtà e al tuo essere amico di tutti. Arrenderti non ha mai fatto per te. Anche quando hai perso il lavoro presso l’area di servizio. Il tuo spirito imprenditoriale ti ha portato, nel marzo 2018, subito verso una nuova sfida. Così hai preso in gestione un bar a Martano aiutato da tutti coloro che hanno creduto in te. Nessuno prima di allora era riuscito a portare ad un buon livello quell’attività. Oggi ci stiamo pensando io ed Elisa a proseguire sulle tue orme. Dopo l’incidente lo abbiamo riaperto. Ogni tanto ci vado, quando il lavoro me lo permette e mi sforzo di dare una mano. Essere lì un po’ mi aiuta perché ho trovato il calore dei tuoi clienti, conquistati dal tuo sorriso solare e da una risata impossibile da ignorare. Ma ti confesso che a volte faccio fatica ad entrarci, mi assale la tristezza perché quello era il tuo sogno. Voglio però continuare a portarlo avanti io ora, anche grazie ad Elisa che sta facendo un lavoro fantastico, aiutata da Chiara. Il tuo ultimo viaggio è partito proprio da quel bar. Avevi abbassato la saracinesca verso l’1,30. Era il 12 agosto 2019. Tuo fratello Yuri compie gli anni quel giorno e a mezzanotte mi ero ritrovata a postare sul gruppo di famiglia gli auguri di compleanno. Cosa che hai fatto immediatamente anche tu, poco prima di salire in sella. Avevi visto quella moto pochi mesi prima in vendita su internet e avevi mandato me in avanscoperta a valutarne le condizioni, visto che ero dai tuoi zii a Torino e il venditore era in zona. Detto fatto. Dopo una settimana l’avevi già comprata. “Era troppo bella” mi dicevi. Ci eravamo ripromessi di organizzare una gita in moto in Calabria, con i rispettivi compagni per provare a “piegare” su quelle strade. Ma non abbiamo fatto in tempo. Quel 12 agosto ha stravolto per sempre le nostre vite. Non eri molto soddisfatto quella sera; in occasione della festa per la Madonna dell’Assunta, avevano transennato la strada davanti al bar e c’era poco movimento. Volevo chiamarti sai? Sapere come era andata… ma poi ci ho ripensato, volevo lasciarti tranquillo, non essere pressante come ogni tanto col sorriso mi rimproveravi. Magari lo avessi fatto. Ho saputo quanto ti era successo la mattina successiva forse nel peggiore dei modi. Ero a lavoro e ho ricevuto la telefonata di Chiara, la ragazza che lavora al bar. Mi cercavano i carabinieri. Ho pensato che avessi combinato qualcosa. Provavo a chiamarti ma il tuo telefono squillava a vuoto. Ho provato a raggiungere telefonicamente i carabinieri che dopo una serie di telefonate mi hanno fatta andare in pronto soccorso a Lecce. Ancora non capivo. Continuavo a chiedere di te, pensavo ti stessero operando. Fino alla più tremenda delle scoperte. “Signora – mi dice un carabiniere – che le devo dire… deve andare in camera mortuaria”. Tu eri lì, bellissimo e freddo. Sulla strada che da Porto Cesareo porta alla Lecce-Maglie era avvenuto lo scontro tra la tua moto e un’auto. Alcune persone che seguivano e che hanno chiamato il 118 hanno visto la tua passeggera per terra, fortunatamente viva e poi, poco più avanti, hanno visto anche te. Mi hanno detto che non hai sofferto. La moto non la venderò, resterà a tuo nome. Per ricordarti, ad un anno dalla tua scomparsa, ho deciso di dare spazio ad un’altra delle tue passioni la fotografia. Ricordi quando da piccolino ti mettevi in posa per farti fare le foto coinvolto da tuo zio Danilo che ti ha trasmesso questa passione? Ho ritrovato nel tuo computer tantissimi scatti. Mi ha colpito in particolare una cartella che hai rinominato “American Trip”. Ci sono le foto del tuo viaggio in America, oltre 900. Con l’aiuto di alcuni amici ne abbiamo scelte 17, come il numero del giorno del tuo compleanno perché volevamo organizzare un’esposizione che doveva essere il tuo regalo, ma il Covid ci ha fermato. E ora finalmente siamo riusciti a dare vita ad una mostra con il titolo che hai scelto tu. Le foto sono in vendita e il ricavato sarà devoluto per sostenere corsi di fotografia per bambini in difficoltà. Il tuo ricordo ha già aiutato dei bambini. Poco prima di riaprire il bar abbiamo fatto volare delle lanterne con in sottofondo il rumore dei motori dei bikers di Calimera e il tuo amico fotografo Marco ha messo in palio uno scatto professionale per chiunque avesse voluto fare una donazione per Bimbulanza di Lecce. Quei soldi sono serviti per portare una bimba al Gaslini di Genova. Sono le uniche cose che posso fare per te. E ti immagino sorridere contento.

La tua mamma Maria Grazia

 

Solo l’amore non conosce limiti

American trip è il titolo della mostra che racconta l’amore.
L’amore di Mattia Maggio per la fotografia, per la vita, per i viaggi, per le moto.
Tu visitatore, osserva queste foto con passione, quella che Mattia metteva in ogni gesto, in ogni azione, in ogni progetto.
L’ opera di un artista è un pezzo della sua anima e in questi scatti che raccontano l’ America, c’è l’anima di un uomo meraviglioso.
Dedica del tempo a ogni opera, osserva i suoi colori, guarda oltre lo scatto per cogliere la meraviglia.
Immagina i suoni, gli odori, immergiti in questo racconto.
Lascia emergere le emozioni, quelle che colorano la vita degli artisti.
Lasciati andare al ricordo.
E per te visitatore che non hai avuto modo di conoscere quest’uomo speciale, incontralo in ciò che i suoi occhi hanno visto e le sue mani hanno catturato in questi quadri, perché lì si nasconde la sua essenza.
E infine, lasciati guidare dal tuo cuore, perché l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

Lady Diana

Principessa del Galles

α Sandringham 1 luglio 1961
ω Parigi 31 agosto 1997

Il mito della “principessa triste”

Raccontare in poche righe la storia di Lady D, come l’opinione pubblica mondiale ha sempre amato definirla, non è impresa da poco. Nata a Sandringham, sulla costa orientale dell’Inghilterra, nel pomeriggio del 1º luglio 1961 Diana Spencer è la quartogenita dei Visconti Spencer, famiglia tra le più antiche del Regno Unito, legata alla dinastia reale dei Windsor. Diana trascorse la sua infanzia a Park House, nei pressi della residenza reale di Sandringham della quale la sua famiglia era abituale affittuaria. Dopo la separazione dei genitori, Diana andò a viviere con la madre a Londra ma qualche mese dopo, durante le vacanze di Natale, il padre impedì alla ex-moglie di tornare in città con la figlia ottenendo infine la custodia di Diana con il supporto della suocera.

La sua proverbiale timidezza di bambina non le impedì di appassionarsi alla musica e alla danza, oltre che allo sport, soprattutto al nuoto. Aveva inoltre un grande amore per i bambini così che dopo aver frequentato una scuola di perfezionamento situata in Svizzera,  si trasferì a Londra e incominciò a lavorare come bambinaia, accettando infine il posto di assistente presso l’asilo nido Young England. Nel 1977 durante una battuta di caccia Diana conobbe Carlo che allora frequentava sua sorella maggiore, Lady Sarah. L’erede al trono era quasi trentenne e già da tempo si trovava sotto pressione perché trovasse una giovane di buona famiglia e si sposasse. Il matrimonio avvenne mercoledì 29 luglio 1981 ma ebbe una battuta d’arresto negli anni Novanta che si concretizzò nel divorzio ufficializzato il 28 agosto 1996. Da quell’unione nacquero William ed Henry. Dopo il divorzio la Principessa del Galles, titolo che continuò a mantenere e che l’opinione pubblica mutuò nella “principessa triste”, fu legata a Dodi Al Fayed, imprenditore, produttore cinematografico e produttore discografico egiziano. Era con lui anche quel 31 agosto del 1997 quando a soli 36 anni, restò vittima di un incidente automobilistico sotto il tunnel del Pont de L’Alma, a Parigi, scontro nel quale morirono anche Dodi e l’autista. La Mercedes sulla quale viaggiavano finì contro il tredicesimo pilastro della galleria.

Il ricordo della Principessa richiama alla memoria le tante opere benefiche che l’hanno condotta a visitare malati in tutto il mondo, appoggiare campagne per la difesa degli animali, sulla prevenzione dell’AIDS e contro l’uso delle armi.

 

Francesco Sepe

α 30 settembre 2002
ω 27 agosto 2018

“Un addio con un inizio”

Voglio raccontarvi io stesso la mia storia, attraverso le parole del mio papà Achille e della mia mamma Lina. A loro ho affidato un compito molto importante: parlare ai giovani, spiegare loro l’importanza del rispetto delle regole sulla strada, fargli comprendere il valore della donazione degli organi. Mamma e Papà sono in contatto con tanti genitori che hanno perso un figlio a causa di un incidente stradale. Parlano, si confrontano. Hanno conosciuto tante storie diverse, ognuna con la sua dinamica. C’è chi cerca giustizia, chi cerca verità: per loro “cercare” è far capire che in un attimo cambia tutto e questo è dovuto esclusivamente all’esser responsabili del mezzo che stiamo guidando. Sono entrati a far parte di un mondo che nessuno conosce, solo chi lo vive può conoscerlo. A volte sembra che tutto questo agli altri non appartenga, mentre la strada e le sue insidie sono qualcosa di presente ogni giorno. Mamma e Papà vanno nelle scuole a parlare a ragazzi come lo ero io, che lo resterò per sempre, e dicono loro che guidare una macchina non è un gioco.

Sono nato il 30 settembre del 2002 a Lucera, in provincia di Foggia. Il mio paese, San Bartolomeo in Galdo, che si trova in Campania nella provincia di Benevento, è al confine con il Molise e la Puglia e l’ospedale più vicino per nascere era a Lucera. Quando ho iniziato a frequentare la scuola secondaria di secondo grado dovevo perfino spostarmi in Molise, a Campobasso: ogni giorno percorrevo 60 chilometri all’andata e 60 al ritorno. Quel tragitto non mi pesava affatto. Ero felice di andare in una città, a volte il paese mi stava un po’ stretto. Sognavo in grande per me! Mi ero iscritto all’Istituto Professionale per Odontotecnici “Vincenzo Cuoco”. Ero rimasto affascinato da un articolo di giornale, nel quale si parlava del nuovo laboratorio di odontotecnica realizzato in questa scuola di Campobasso. E poi tenevo tantissimo al mio sorriso, ai denti sempre bianchi e curati, così come al mio aspetto fisico tanto che passavo le ore in bagno per essere sempre ben pettinato e profumato. Chiesi a mamma e papà di andare a vedere questa scuola e mi accontentarono. Fu amore a prima vista. Mi hanno sempre detto di essere più maturo rispetto ai miei coetanei. Ho sempre avuto le idee chiare, fin da bambino. Ero sempre allegro, sorridente e buono con tutti. Alla scuola primaria mi chiamavano il “cocco”, diminutivo di Francesco, che poi mi è rimasto come nomignolo affettuoso.

Mamma e papà a San Bartolomeo in Galdo avevamo un negozio di casalinghi. Era proprio in centro, ci conoscevano tutti. Ma non vi ho ancora detto la cosa più importante: avevo una passione viscerale per la musica rap. Scrivevo canzoni dall’età di 13 anni. Avevo un sogno, che oggi posso dire che in qualche modo si è realizzato: far parlare di me. Una volta lo dissi anche ai miei genitori: “Un giorno sentirete parlare di me”. Quelle parole sono state profetiche.

Sono sempre stato un tipo prudente. Esser preciso mi veniva naturale. Quando andavo in scooter il casco lo tenevo sempre ben allacciato. Papà mi aveva regalato il suo motorino. Lo desideravo tanto, perché mi faceva sentire libero di andare al fiume con gli amici, arrivare fino al boschetto di San Bartolomeo, andare in giro per il paese e i miei per garantirmi una maggior sicurezza mi hanno comprato un casco integrale di ultima generazione. I miei amici dicevano che ero forse l’unico del gruppo a rispettare sempre le regole della strada.

Era il 20 agosto 2018. Dopo qualche giorno San Bartolomeo avrebbe festeggiato il suo patrono e in quel periodo di solito il paese si riempie di villeggianti. Mi ero preparato come sempre per uscire. Prima di raggiungere il mio gruppo di amici sono passato in negozio a salutare i miei, per dirgli che ci saremmo rivisti in serata perché stavo andando ad incontrare dei ragazzi che venivano da fuori proprio in occasione della festa. Ho trascorso il pomeriggio al bar dove andavo sempre. San Bartolomeo è uno di quei paesi dove non pensi che possano succedere tragedie, tanto che anche i bambini vengono lasciati liberi di circolare con le bici. Pensi che il pericolo sia relativo, ma non è così. Mentre ero al bar mi viene voglia di andare a fare un giro. Mi rivolgo alla barista, Anna. La chiamo insistentemente per nome finché non si gira a salutarmi. Saluto i miei amici e salgo in scooter. Percorro un ponte rettilineo nei pressi della Villa comunale, e mi fermo per dare la precedenza e poi svoltare a sinistra. Dietro di me, una fila di macchine ferme per permettere la svolta. All’improvviso un’auto ad alta velocità, condotta da un ragazzo, vedendo le tre macchine ferme al bivio, sorpassa la fila e mi travolge mentre ero ancora fermo per accingermi a girare. Il casco resta integro, come del resto il mio corpo. Ma il forte impatto mi aveva spostato la gabbia toracica e il cuore si era spostato di tre centimetri. Si è creata una bolla d’aria che mi aveva compresso lo sterno. Ho avuto un primo arresto cardiaco e sono stato rianimato dalla conducente della terza auto che era ferma dietro di me, una ragazza che aveva appena frequentato un corso di primo soccorso. Subito dopo è arrivata l’ambulanza. I soccorritori hanno provato a rianimarmi una seconda volta. Sono arrivato al Rummo di Benevento ancora vivo ma in condizioni disperate. Mamma e papà erano in negozio quando ho avuto l’incidente. La nipote di mamma, Ursula, gli dice che ero caduto dal motorino. Hanno lasciato tutto quello che stavano facendo perché avevano il presentimento che mi fosse accaduto qualcosa di grave. Intorno a me c’era tanta gente. Mamma e papà dicono che il ricordo di quel momento non riescono a metterlo a fuoco. Ricordano solo parole di disperazione, ma non grida. Quando era ancora steso a terra mamma era in ginocchio accanto a me; mi ha chiamato dolcemente e il mio cuore ha ripreso a battere. Il mio volto in quel momento trasmetteva una strana calma e una grande pace. Era come se emanassi luce. Arrivati al Rummo, sono stato sottoposto ad una serie di esami. Nella notte mi è stata asportata la milza. Sono stato trasferito così in Rianimazione dove sono rimasto per una settimana. Mamma, papà, la mia sorellina Alice e tantissime persone che mi amano mi sono stati accanto. Hanno sperato fino all’ultimo che mi risvegliassi. Ma io non avevo nulla di operabile, il problema era un altro. I miei hanno trovato conforto nella preghiera. Tutto il paese si è stretto intorno a me. Le chiese sono rimaste aperte per permettere a chi volesse di andare a pregare, le vecchiette si riunivano nei garage per dire il rosario. Tutti speravano nel mio risveglio. Questa tragedia ha colpito un’intera comunità.

Dopo una settimana mamma e papà sono stati chiamati per sapere se volevamo autorizzare la donazione dei miei organi. Loro mi conoscono bene e sanno che io non avrei esitato ad acconsentire. La sera in cui doveva avvenire l’espianto, mamma e papà hanno lasciato l’ospedale e hanno assistito ad una scena che li ha colpiti molto. Su tutti i ponti del circondario c’erano pattuglie di polizia e carabinieri. Stavano aspettando le ambulanze della Croce Rossa che erano arrivate da Capodichino, per scortarle nel trasporto degli organi. I miei organi stavano andando a Brescia, Genova e Palermo. Si sono alzati tre elicotteri per queste tre città. Sto continuando a vivere in tre ragazzi della mia età. Il 29 agosto 2018 ci sono stati i miei funerali officiati dal Vescovo, chiamato dal parroco che mi aveva visto crescere. Il Vescovo in chiesa ha dato una lezione di vita ai ragazzi presenti, in tantissimi venuti anche da Campobasso con i pullman. Quando la messa è finita il corteo che ha seguito il feretro non è stato il solito corteo. I ragazzi mi hanno voluto portare a turno sulle spalle, hanno voluto accompagnarmi loro fino al cimitero. Non era un corteo composto, ma sembrava un concerto. In paese suonavano le campane a festa, perché non poteva essere altrimenti. La mia vita è stata gioia pura.

Una volta terminato tutto, ognuno ha ripreso la sua vita. Mamma, papà e Alice si sono ritrovati a casa, circondati sì da tanto affetto, ma senza di me. E lì sono sprofondati. Vedere la persona che ha provocato l’incidente in giro per il paese li distruggeva. Il tutto si stava trasformando in rabbia e ferocia e non sapevano a cosa avrebbero potuto portare, così hanno preferito lasciare San Bartolomeo.

Papà ha lasciato tutto ed è partito per Milano da solo, dove è rimasto un paio di mesi. Alice stava finendo la terza media, quindi lei e mamma non potevano spostarsi. Papà ha deciso di stravolgere tutto per salvare il salvabile, la fuga è stato un istinto di protezione. Papà non è scappato, ha sempre amato il suo paese, lì ci sono tante persone che ci vogliono bene.

Quando papà era a Milano seguiva su Facebook la pagina di un quotidiano online per restare aggiornato sulle notizie di cronaca. Un giorno si parlava di un incidente che aveva coinvolto un ragazzo della mia età, investito mentre era in skateboard. Si ero convinto che doveva andarlo a trovare ma non sapeva nulla di lui, nemmeno in quale ospedale fosse. Conosceva solo il suo nome, Alessandro. Voleva andare da quei genitori, sentiva questo dentro, per raccontare la nostra storia e star loro vicino. La ricerca di Alessandro è durata circa un mese e mezzo. Ad un certo punto ha dovuto rinunciare all’idea di trovarlo. Dopo alcuni mesi, quando mamma, papà e Alice si erano già trasferiti in Sicilia, papà viene contattato da un ragazzo che aveva fatto una storia di Instagram con la canzone “Ferite” di Junior Cally e tagga il mio profilo, che oggi gestisce mio padre. Papà ringrazia e lui ricambia. Inizia una conversazione. “Da dove mi scrivi?” chiede mio padre. “Dalla provincia di Milano e anche io ho avuto un incidente”. D’istinto papà gli scrive: “Ma ti hanno dimesso? Hai per caso avuto un incidente con lo skate?”. “Sì, sono io, mi chiamo Alessandro”. Era stato Alessandro a trovare il mio papà. Con me Alessandro condivide la passione per il rapper Junior Cally e abbiamo un’altra cosa in comune. Anche Alessandro ha regalato un bracciale a Junior Cally, proprio come hanno fatto mamma e papà in mio ricordo, e Cally li porta tutti e due. Dice che quei due bracciali “gli pesano molto”, perché le storie che rappresentano sono fardelli da portare.

Oggi la mia storia, la mia sensibilità espressa attraversi i testi delle canzoni e il mio amore per la musica, sono note a tutta Italia proprio grazie a Junior Cally, che dopo la mia morte ha contattato mamma e papà e mi ha dedicato la canzone “Ferite”. Nell’immaginario collettivo il rapper è “cattivo”, aggressivo e Junior Cally rispecchia quell’idea. Ma poi c’è Antonio, che è il suo vero nome, che è un ragazzo dal cuore grande. L’idea di scrivere una canzone dedicata a me è stata sua. Una settimana prima dell’incidente ero ad un suo concerto, in prima fila. Qualcuno ha detto a Junior, dopo una settimana da quanto accaduto, che quel ragazzo che lui aveva avuto di fronte per tutta la sera del concerto era stato coinvolto in un brutto incidente. Junior d’istinto ha controllato tra i messaggi di Instagram e si accorge di un mio messaggio: al termine del concerto gli avevo scritto “Ricordati di me”. Lui ne è rimasto sconvolto. Rivede i video girati quella sera, e in uno di questi c’ero anche io che gridavo “Bella Junior”, saluto che lui ricambia nella canzone “Ferite” con un “Bella Fra”. Chiunque ascolta questo brano ne resta colpito, perché è struggente, da brividi. Junior Cally è venuto anche a San Bartolomeo. Ad un anno dalla mia scomparsa è stato organizzato un concerto e lui era l’ospite d’onore.

Oggi è mio padre Achille a gestire il mio profilo Instagram, “Therealfrakt”, ed è esplosa la notorietà che cercavo; l’ho ricevuta in questo modo perché migliaia di ragazzi hanno contattato i miei genitori su Instagram dopo l’uscita di questo brano. Papà si è ritrovato a parlare con migliaia di ragazzi che volevano sapere chi fossi.

Dall’incidente il cellulare è uscito intatto. Quando papà lo ha riacceso, senza esitazione ha incredibilmente ricordato la password per accedere, quella della mia email che non avevo mai rivelato a nessuno, quella del mio Instagram. Questa cosa non riescono a spiegarsela.

Oggi mamma, papà e Alice vivono a Milazzo, in Sicilia. Qui hanno conosciuto alcune persone legate all’AIDO e da quando sono arrivati loro hanno stravolto le cose perché stanno portando il mio messaggio ovunque. Hanno ricomposto il direttivo locale dell’AIDO, parlano ai giovani. E pensate, mi conoscevano già tutti.

C’è ancora una cosa che non vi ho detto. Qualche mese dopo l’incidente, leggendo gli appunti trovati sul mio telefono mamma e papà hanno trovato diversi testi di canzoni scritti da me e ce n’è uno che li ha lasciati di stucco: “Prima la chiudo/e poi vi saluto/con la mano in alto/parto senza ritorno/ guardo il sole/ e le nuvole sono il contorno/ ne ho bisogno/ perché fa schifo questo mondo/ io mi ci tuffo dentro/ sono pronto”. Loro lo hanno definito “un addio con un inizio”, perché io ho iniziato una nuova vita ma allo stesso tempo continuo a vivere in tre splendidi ragazzi, e con la mia storia voglio salvarne tanti altri.

 

 

Davide Marasco

α Sassari 8 giugno 1987
ω Roma 27 maggio 2019

Se Davide deve essere un seme allora sarà un seme che deve portare frutti nella persona della sua mamma

“A me piace vivere Davide al presente, con la sua allegria e il suo amore verso il prossimo. Davide nasce a Sassari l’8 giugno 1987 e frequenta la scuola primaria a Nuoro. Per questioni lavorative alla fine degli anni Novanta la nostra famiglia si trasferisce a Roma, ma non abbiamo mai smesso di fare su e giù con la Sardegna. Davide stesso ha deciso di proseguire gli studi in Sardegna e ha studiato all’IPSSAR di Arzachena, l’Istituto per la ristorazione e il turismo. Per un breve periodo torna a Roma ma per perfezionare il suo corso di studi va in Inghilterra. Rientrato a Roma incontra una ragazza e in giovanissima età, a 22 anni diventa papà di uno splendido bimbo. Per mantenere la famiglia si adatta a lavorare come panettiere, presso un noto panificio di Roma. Accetta orari impossibili, ma tutto ciò sembra non pesargli. È sempre stato molto responsabile già da ragazzino: studiava d’inverno, lavorava d’estate. Davide è molto sensibile anche alla tematica dell’incidentalità stradale, poiché il nonno paterno, mio padre, nel 1964 morì di incidente stradale su uno scooter. Per questo motivo ho sempre cercato di sensibilizzare i miei figli, ricordandogli che l’auto può essere un’arma, può essere un bene ma può essere anche un male. Per questa ragione Davide è sempre molto prudente. Altrimenti io non sarei mai salita in auto con lui! Perché ho convissuto con un’ assenza, data dalla morte di mio papà avvenuta quando io ero bambina, avevo 3 anni e lui ne aveva 30, più o meno l’età di Davide. Non ho mai voluto che i miei figli prendessero il mezzo in maniera impropria. Non ho mai dovuto insistere più di tanto perché sono sempre stati tutti ragazzi coscienziosi. Davide è un ragazzo, molto responsabile, molto attento nei confronti della famiglia, molto legato ai fratelli, è quello che elargisce i consigli ai fratelli più piccoli, quello che discute con me per una visione differente della realtà. Mi dice “contro di te non posso vincere, la spunti sempre tu!”, ed è fiero di questa cosa, perché sono venuta a sapere, che alla sua compagna come prima cosa ha parlato della sorella e di me, definendomi una “donna di lotta”. Lui è un credente, partecipa alle attività della sua parrocchia,come allenatore di una squadra di calcio (già durante il periodo della permanenza in Sardegna Davide faceva parte della squadra di calcio di Luogosanto) e comunque io, di idee diametralmente opposte alle sue, l’ho sempre sostenuto e lasciato libero di scegliere e non solo, più di una volta mi ha coinvolto con la sua allegria, chiedendomi di andare in parrocchia per partecipare alle feste o guardare gli allenamenti. Ha coinvolto anche i suoi fratelli all’interno di questa squadra, come giocatori. Davide ama il prossimo, l’umanità. Non ha nessuna cattiveria, anzi cerca di mettere pace laddove non ce ne sia. Mi prende anche un po’ in giro per le mie idee opposte, mi fa delle battute, ma nello stesso tempo apprezza il fatto che io parallelamente lo assecondi. Davide è cresciuto nel rispetto del prossimo, sono i valori che da sempre ho portato avanti, lo faccio anche adesso perché, come dice lui, sono una donna di lotta, ma ho sempre lasciato i miei figli liberi di esprimersi con il loro credo, con i loro ideali.

Davide ama il Judo, tutta la famiglia lo pratica e abbiamo delle cinture nere; una delle sue sorelle è nazionale di Judo. Abbiamo infatti aperto un’associazione culturale e sportiva che porta il nome di Davide, dove si pratica lo Judo, l’abbiamo aperta in un quartiere popolare, come Tor Bella Monaca, perché lui proviene dal popolo, è un lavoratore, un ragazzo che è stato ammazzato mentre andava al lavoro. Non è uno sbandato. Il suo assassino invece non è una persona per bene. Era sotto effetto di alcol quando ha imboccato contromano l’uscita 18 del Grande Raccordo Anulare e ha preso in pieno mio figlio che stava andando a lavoro a bordo di uno scooter. Era quasi arrivato, mancavano 300 metri. Davide aveva la macchina rotta in quel periodo e con tanti sacrifici era riuscito a comprarne un’altra che sarebbe dovuta arrivare il giorno successivo. Quella notte, quindi, per andare a lavoro in panetteria, prende lo scooter. L’impatto ha fatto volare Davide a diversi metri di distanza. Gli ha procurato lo sfondamento della cassa toracica e del cranio, nonostante avesse il casco, un casco omologato e ben allacciato, acquistato da poco, perché anche in questo io ho sempre insistito. L’assassino di Davide ha proseguito la sua folle corsa. Lo ha solo fermato il fatto che avesse perso i pezzi della macchina all’altezza del quartiere Giardinetti, dove poi è stato trovato e raggiunto da una pattuglia della polizia. Era il 27 maggio del 2019. Davide è morto per pluritraumatismo. Davide non avrebbe mai preso lo scooter senza indossare il casco. La fine che gli ha fatto fare il suo assassino è in contrapposizione con quello che era Davide. Non meritava di avere quel trattamento, di essere lasciato a morire sull’asfalto. Chi lo ha ammazzato è completamente all’opposto. È fuggito e fuggire è un atto infame. Ho saputo della morte di mio figlio dai social. I familiari vengono avvisati dalle autorità sempre tardi, dopo che lo hanno saputo da altre persone, se non addirittura, dai media, come è avvenuto nel nostro caso. A mia figlia arrivavano messaggi di cordoglio sui social e noi eravamo ancora all’oscuro dell’accaduto. La Polizia Municipale non è stata tempestiva nella comunicazione e io voglio battermi affinché nelle leggi per lesioni, o per omicidio stradale venga inserita anche la procedura per una veloce comunicazione ai familiari. Le battaglie che faccio non servono per far resuscitare Davide perché, per quanto io lo voglia, questo è impossibile. Io mi batto perché altre famiglie prendano l’esempio, si attivino e trovino la carica per andare avanti fino in fondo. Lasciandoci andare solo al dolore, al pianto e alla nostalgia, giusto sì perché ci riempie di ricordi non basta; occorre attivarsi, essere parte attiva in un processo di cambiamento, affinché di tragedie come queste, ne avvengano sempre meno. Quella strada dove è morto Davide, contrassegnata con una foto, sia luogo di riflessione. Il mio motto è: Un momento, sto pensando. Questa è la buona strada verso la vita.

“Credevano di averci sepolto e non sapevano che noi eravamo semi” (proverbio sudamericano)

Maria Grazia Carta (Mamma di Davide)

Alessandro Narducci

Chef

α Roma 2 maggio 1989
ω Roma 22 giugno 2018

Il grande cuore di Alessandro, chef stellato e “fratello del mondo”

Un ciclone di sorrisi. Questo era nostro figlio Alessandro. Un ragazzo, solare, con una carica pazzesca di energia, sempre positivo. Per lui non esistevano i problemi perché, diceva, i problemi si affrontano. Ha sempre avuto tanta voglia di vivere, circondato da migliaia di amici e forse proprio per il fatto di essere figlio unico era diventato il “fratello del mondo”.

Alessandro è nato a Roma ma le nostre terre di origine, Calabria e Umbria, lo hanno in qualche modo condizionato in quello che sarebbe diventato il suo percorso professionale, la ristorazione. Di quelle terre Alessandro andava fiero. Da quelle terre ha assorbito le tradizioni culinarie. Era lì che da bambino trascorreva le vacanze estive con i nonni: un mese sul mare della Calabria e un mese tra le colline dell’Umbria. In quei posti è tornato anche da adulto, ne amava i panorami, li viveva appieno.

La passione per la cucina è arrivata, in un certo senso, tardi. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico ha scelto la facoltà di Economia e Commercio a La Sapienza di Roma. Ha dato 11 esami ma l’amore per i fornelli era più forte. Quando ha deciso di cambiare totalmente il corso di studi la sua unica preoccupazione era quella di dare un dolore a noi genitori, vedendo in noi dei modelli da seguire: un papà che si era laureato dopo essersi sposato, che lavorava e contemporaneamente studiava, una mamma che ha rinunciato a “metà” del suo lavoro, facendo un par-time per dedicarsi a lui… È stato cresciuto come un ragazzo indipendente, in casa sapeva fare tutto, era una “massaia” perfetta! E poi era un ragazzo di parola: i viaggi studio che gli abbiamo regalato li meritava veramente. Siamo fieri di lui. Certo, l’idea della laurea sfumata un po’ ci dispiaceva ma nello stesso tempo volevamo che lui trovasse la sua strada. All’inizio temevamo che quella della “cucina” fosse una parentesi, ma Alessandro ci disse: “Vi prometto che sentirete parlare di me”. E cinque anni dopo ci ha portato la “stella”. La passione per la cucina è nata in seguito ad un corso da sommelier professionista presso l’AIS, che gli abbiamo regalato. Alessandro è sempre stato molto curioso, amante del bere, della cucina, ma nulla all’inizio faceva prevedere che sarebbe diventato uno chef stellato. La decisione di regalargli un corso da sommelier professionista è avvenuta quasi per caso: in quel periodo frequentava l’università e il corso dell’AIS assegnava un patentino che gli avrebbe consentito di lavorare in tutto il mondo. Essendo studente abbiamo pensato bene di regalargli un’opportunità che potesse concretizzarsi, volendo, in un mestiere. Volevamo però soprattutto regalargli un’educazione al bere. I giovani spesso, avendo pochi soldi in tasca, non sempre fanno attenzione alla qualità di ciò che bevono. Per questo volevamo che lui imparasse a bere bene, a bere sano e responsabilmente. All’epoca del corso Alessandro aveva 21 anni. Grazie a questa esperienza, superata in modo brillante col massimo dei voti e nel minor tempo possibile, ha scoperto di avere un palato particolare.  La stessa AIS, notate queste qualità, lo ha spinto a frequentare dei master da sommelier. Qualcuno aveva infatti capito che Alessandro era tagliato per il mondo della cucina. Da lì è stata un’escalation di successi. Alessandro ha bruciato tutte le tappe, da quando ha iniziato la sua carriera fino all’ottenimento della stella Michelin sono passati appena 5 anni… Ha effettuato il tirocinio nella cucina centrale del Rome Cavalieri “Waldorf Astoria di Roma” (5*L), dove dopo due anni ha ricevuto la qualifica da Demichef de Partie.

Il maestro Heinz Beck aveva visto giusto definendolo un talento naturale. Se non fosse successa la disgrazia quel 22 giugno del 2018, sicuramente sarebbe stato candidato per la seconda stella. Chissà… Alessandro ha iniziato esattamente la sua carriera nel febbraio del 2012 e nel 2017 ha preso la stella, quella proprio “sua”! Le cose sono andate così: nel 2015 lavorava a Dubai negli Emirati Arabi, alla corte di Heinz Beck: qui ha esordito come Chef de Partie e poi come Sous Chef al “Social By Heinz Beck” Waldorf Astoria Palm Jumeirah (5*L). In tre mesi aveva fatto dei progressi che avevano lasciato tutti allibiti. La cosa bella però era un’altra. Alessandro era un elemento “aggregante”, in quella cucina di Dubai erano 16 cuochi, di cui 6 italiani. Tra di loro non c’era complicità. Arrivato Alessandro sono rimasti tutti colpiti perché dopo una settimana aveva organizzato cene, partite di calcetto, si era inventato qualunque cosa pur di compattare il gruppo. Lo stesso Beck ci ha detto che l’aria che si respirava in cucina da quando era arrivato nostro figlio era completamente diversa. In cucina si usa il termine “brigata”, con il quale si indica il team che la rappresenta, ma Alessandro diceva sempre che più che “brigata” i cuochi sono dei “briganti”, dei fuorilegge, come dice la parola, ma non in senso dispregiativo, anzi, dei veri e propri combattenti, perché solo chi vive l’esperienza del cuoco può capire cosa significhi il sacrificio e l’amore per il proprio mestiere.

Una proposta allettante da un punto di vista professionale ma soprattutto affettivo che lo lega indelebilmente alla famiglia Troiani, lo porta a tornare in Italia, come Chef di Cuisine del ristorante “Acquolina Hostaria in Roma”, dove conferma la stella Michelin della guida 2016.  Nello stesso anno inizia le docenze, riconosciute dalla Regione Lazio, presso l’Ateneo della cucina Italiana Coquis, dove insegna all’interno dei corsi professionali e di Laurea.  Nel Novembre del 2016, invece, ottiene la stella Michelin nella guida 2017. E questa volta lo chef di “Acquolina” era lui e la stella tutta sua. Ecco un’altra delle decisioni che hanno segnato la sua vita: nell’aprile del 2017, decide di entrare completamente a far parte di questo progetto, acquistando il Brand “Acquolina” e trasferendo il ristorante nella prestigiosa sede del “The first luxury art Hotel di Roma” in Via del Vantaggio (5*L), a pochi passi da Piazza del Popolo, del quale è Executive Chef, socio e titolare. E contemporaneamente, nella medesima sede, dare vita ad “Acquaroof”, bistrò situato nella terrazza panoramica dell’albergo.

Fin da bambino Alessandro aveva in testa di voler fare l’imprenditore, voleva creare qualcosa di suo, farsi da solo. Che era un bambino intraprendente lo avevamo capito già da quando aveva quattro anni e mezzo. La sorella del papà di Alessandro è laureata in Lettere con indirizzo teatro e spettacolo e come tutti gli studenti faceva i provini per le pubblicità. Un giorno non sapevamo a chi affidare Alessandro poiché lavoravamo; lei si offre di tenerlo e lo porta con sé ad uno di questi provini. La regista che doveva farle il provino restò incantata da questo bambino, dalla sua spontaneità e a distanza di qualche mese venimmo ricontattati perché cercavano dei bambini per il “Liolà” di Pirandello con Lando Buzzanca. Volevano Alessandro a tutti i costi, ma noi genitori non potevamo seguirlo in tournée perché lavoravamo. Così fecero il contratto anche alla zia come membro del coro. Era il 1994. Alessandro per sei mesi ha calcato i palcoscenici dei più grandi teatri italiani, noi lo seguivamo nel fine settimana in giro per l’Italia e anche lì dimostrò una grande attenzione verso gli altri, nonostante i suoi soli 5 anni. Quando un attore di teatro arriva in città deve procurarsi un posto in cui dormire e individuare un luogo in cui mangiare. Lui accompagnava Mario Donatone, noto caratterista del cinema italiano che faceva parte della compagnia diventato suo grande amico nonostante la differenza di età, a cercare l’alloggio per tutti, la trattoria per tutti e Alessandro conservava tutti i biglietti da visita e poi ce li portava a casa e diceva “Quando si va in giro con la tournée bisogna cercare un posto dove mangiare e dove dormire e il segreto è andare dove vanno i camionisti perché si spende poco e si mangia bene!”. Finita questa esperienza il cinema ha continuato a cercarlo, ma quel mondo non ci piaceva e visto che non potevamo seguirlo per impegni lavorativi e sarebbe dovuto andare in giro da solo non abbiamo consentito che proseguisse. Aveva doti istrioniche che lo hanno contraddistinto anche da adulto. I suoi clienti erano rapiti dal modo che aveva di interfacciarsi con loro. Alessandro era perfettamente bilingue e capitava anche che ai clienti americani raccontasse le barzellette romane in americano. Anche se la “padella” era la sua passione non vedeva l’ora di uscire in sala e fare il suo show. Amava coccolare il cliente, addirittura capitava che a qualcuno desse un passaggio fino a casa per evitare che prendesse il taxi. Questa euforia era solo una faccia della medaglia, perché Alessandro in realtà era anche molto umile, sempre esigente, studioso e attento a tutto ciò che faceva; non parlava mai se non era padrone della materia.

A casa cucinava per mamma e papà, cose semplici ma buonissime. Già da adolescente ci faceva trovare la cena pronta al rientro dal lavoro. Con gli amici era il re della padella e della brace! Chiunque lo ricorda perché quando era a casa apriva il frigorifero e con gli ingredienti che trovava elaborava cose stupende. Ignari di quello che sarebbe diventato.

Alessandro ha trovato un fratello maggiore nello zio Claudio, il fratello della mamma. Li separavano dieci anni e Claudio lo ha sempre portato con sé, con la sua comitiva di amici. Questa cosa ad Alessandro piaceva tantissimo perché gli dava modo di “pavoneggiarsi” con i suoi amici per il fatto di poter far tardi insieme all’amatissimo “Zì Cla”. Claudio ci ha sempre detto che il suo desiderio più grande era quello di avere un giorno un figlio bravo la metà di quanto era Alessandro. Riusciva ad essere talentuoso in tutto: gli amici di Claudio gli avevano regalato delle palline da giocoliere e lui strabiliava tutti facendole volteggiare; si dava alle imitazioni scatenando risate come quella volta che fece uno scherzo al nonno imitando al telefono Berlusconi e facendosi reggere lo scherzo dallo zio sempre complice, si faceva venire le vesciche alle mani per giocare a biliardino ma doveva vincere il torneo, giocava a calcetto scendendo in campo come fosse un calciatore professionista. Qualunque cosa doveva farla al massimo. Era ammaliante. Claudio è stata la persona che lo ha vissuto in maniera più intima. A lui poteva chiedere tutto e fargli fare di tutto.

Con la sua famiglia Alessandro ha condiviso sempre tutti i suoi successi. Da qualche mese lavorava con Giulia Puleio. Giulia era la sorella di un suo carissimo amico ed era esattamente la persona che cercava per coprire il ruolo di Chef de Rang nel ristorante di via del Vantaggio. L’aveva voluta fortemente perché era una ragazza precisa, maniacale come lui, attenta, molto garbata e molto preparata. Da poco era rientrata da Londra. Tutte le persone che lavoravano con Alessandro dovevano passare una selezione importante soprattutto con lui, anche a livello umano ed empatico, perché per lui il comportamento e la serietà erano fondamentali. Giulia aveva tutte le caratteristiche che Alessandro desiderava in una collaboratrice; per lei aveva grandi progetti. Era il mese di giugno del 2018. Alessandro era impegnato con Vinòforum, rassegna enogastronomica che si svolge a Roma. Stava per diventare testimonial per note marche di champagne e di pasta e avrebbe dovuto firmare questi due contratti importanti da lì a qualche giorno. A Vinòforum si esibiva in show-cooking, seminari, eventi. La sera del 21 giugno aveva terminato la sua giornata al Vinòforum e doveva tornare a casa. Decise invece di tornare da “Acquolina” per due motivi: sia perché un suo amico lo stava aspettando per festeggiare con un brindisi il suo compleanno sia perché con Giulia si erano fatti una promessa. Giulia avrebbe presentato ad Alessandro un suo carissimo amico, noto bartender in arrivo da Londra, mentre Alessandro avrebbe presentato a Giulia il maestro Heinz Beck ospite di Vinòforum. L’appuntamento era per tutti lì. Giulia aveva appena terminato la sua giornata lavorativa da “Acquolina”. Prima di partire dal ristorante per tornare alla rassegna Alessandro, che era in scooter, dice a Giulia che l’avrebbe portata con lui solo se avesse avuto un casco, altrimenti sarebbe rientrato a casa. Giulia riesce a trovare il casco. E sono andati via. Mai avessero trovato quel casco… Stavano percorrendo il Lungotevere della Vittoria, quando all’improvviso sono stati travolti da un’auto che ha invaso la strada contromano. Una distrazione fatale. Alessandro è deceduto sul momento, Giulia nove minuti dopo. Il primo a prestare soccorsi era un nostro amico che abita da quelle parti. All’inizio non lo aveva riconosciuto, quando ha sentito il nome ha capito che davanti a lui aveva quel ragazzino che aveva visto crescere e che ogni tanto andava a trovarlo quando il papà lavorava in Accademia in via di Ripetta. Anche l’auto con a bordo Heinz Beck, reduce da Vinòforum, passa sul Lungotevere. Ma Beck non poteva di certo immaginare che sotto quel lenzuolo bianco c’era il suo adorato allievo.

La pattuglia della Polizia Locale che è intervenuta non aveva neanche l’etilometro a bordo. Quindi all’automobilista non è stato fatto neanche l’alcoltest e non sapremo mai se era sotto effetto di alcol. Hanno chiesto rinforzi ma quella sera nel solo quadrante Roma Nord c’erano altri tre incidenti. Al conducente dell’auto non è stato nemmeno sequestrato il cellulare per magari appurare una distrazione dovuta all’uso dello stesso alla guida. Quando ancora nessuno di noi conosceva la dinamica dell’incidente ci sentivamo in colpa con i genitori di Giulia perché credevamo di aver portato via loro una figlia. Ma Cristina e Pasquale, con cui è nato un legame che va oltre l’amicizia, ci hanno sempre detto che Giulia no sarebbe mai salita in scooter con una persona della quale non si fidava.

Al funerale di Alessandro c’erano 4000 persone. Era un ragazzo amatissimo da tutti. Pur essendo un personaggio pubblico non aveva perso l’umiltà. Se vedeva per strada una vecchietta che faticava a portare la spesa si avvicinava per aiutarla. Cercava sempre di aiutare i più deboli. Ha aiutato tantissimi amici ad uscire da situazioni problematiche, dando loro un mestiere, restituendo loro la dignità. Non ha mai abbandonato nessuno perché diceva sempre che bisogna dare una seconda chance a chiunque. Viveva per gli altri. Sono arrivati messaggi di condoglianze da tutto il mondo perché Alessandro, da esperto di cucina molecolare teneva lezioni in videoconferenza dall’America al Giappone. Il giorno del funerale, dopo che il feretro è uscito dalla chiesa tra gli applausi, abbiamo voluto fare un brindisi e liberare in aria decine di palloncini bianchi, per rendere il giusto tributo al nostro ragazzo.

La storia di Alessandro deve insegnare che quando si guida bisogna avere la consapevolezza di avere in mano un’arma impropria e bisogna essere rispettosi della propria vita e di quella degli altri. Bisogna essere attenti alle regole, guidare con serenità ma con consapevolezza: essere onesti con se stessi. È quello che abbiamo sempre insegnato a nostro figlio a cui dicevamo che se uscendo la sera non se la sentiva di guidare era meglio fermarsi in qualche posto o chiamare mamma e papà. La vita è una cosa preziosa: l’acceleratore, la distrazione, il guidare con una mano sola, il non rispetto, in un attimo ti portano via tutto.

Ora sul luogo del sinistro è tutto illuminato a giorno. Subito dopo l’incidente il Comune ha provveduto ad incrementare le luci. Prima era buio pesto. Il Lungotevere della Vittoria era una delle strade con maggior tasso di incidentalità della Capitale. Anche il manto stradale è stato rifatto. Perché le amministrazioni decidono di intervenire sempre e solo dopo? Ad essere illuminato c’è anche un albero, l’albero di Alessandro e Giulia, un omaggio alla loro memoria. Quello deve essere un luogo dove riflettere.

Mamma e papà

Simone Fragolino

α Trieste 2 maggio 1995
ω Bologna 5 dicembre 2018

La travolgente voglia di vivere di “Simo” “… come la corrente del fiume!”

Trieste ha fatto da culla a Simone. È lì che è nato ed ha trascorso i primi otto anni di vita, fin quando, nel 2003, decidiamo di andare a vivere in una cittadina che fosse più a misura d’uomo e la scelta ricade su Cervignano del Friuli. Simone inizia la terza elementare e non ha alcuna difficoltà ad abituarsi alle nuove circostanze, merito del suo carattere gioviale e allegro che gli ha permesso di adattarsi subito al cambiamento. L’inizio è esplosivo, Simone si integra subito non solo a scuola ma anche in tutto quello che la cittadina ha da offrire: pratica prima calcio, poi pallavolo, si unisce agli scout, frequenta il catechismo, il ricreatorio, i centri estivi al mare e in montagna, lo sci. Abbiamo sempre cercato di inserire Simone e Martina, sua sorella, in ogni attività scolastica ed extrascolastica, perché nel cambiamento dovevano crearsi delle radici, cucire dei legami con una realtà nuova.

Nonostante abbiano solo due anni di differenza, fin da piccolo Simone è stato molto protettivo con sua sorella, ha per lei una grande ammirazione, ne stima la tenacia, la determinazione e i suoi successi scolastici e ha in programma di organizzare una “festona” di laurea non appena Martina taglierà il traguardo. Martina è anche la sua consulente sul vestire e spesso prima di uscire, inizia una processione in camera della sorella in cerca di approvazione e consigli sulle scarpe o la camicia da mettere… e poi, che bello era guardarli quando ormai grandi uscivano insieme, raccontavano di essere stati nello stesso posto con gli amici e rientravano insieme.

La sua presenza in casa si avvertiva subito, tale era l’entusiasmo che portava con se’, sempre circondato da amici, impegnato con mille idee e progetti per la testa da condividere anche in famiglia, e le domande al suo rientro: ”Com’è andata la vostra giornata oggi?” “Cosa si mangia?” Un “fiume in piena” in ogni cosa che faceva e che amava raccontare sia a casa che in occasione delle grandi tavolate con i parenti a Salerno in estate e a Natale.
La famiglia ha sempre avuto un posto molto speciale, cercava sempre di ritagliare dei momenti per stare tutti insieme… sono tanti i ricordi e gli abbracci che porteremo con noi.

Simone è sempre stato felice di partecipare alle diverse iniziative organizzate dal Comune e dal ricreatorio ed è tramite la scuola che Simone incontra la sua più grande passione: la Canoa polo. Cervignano è attraversata da un fiume navigabile, l’Ausa, che permette la pratica di questo sport; la proposta viene fatta da quello che poi sarebbe diventato il suo allenatore: un centro estivo promosso dal CUS Udine di una settimana al quale aderiscono numerosi ragazzi. E Simone di certo, con la sua travolgente voglia di nuove esperienze, non poteva farsi sfuggire l’occasione. A 13 anni sale sulla canoa e non l’abbandona più, complici il contatto con l’acqua, elemento che gli appartiene più di ogni altro, e il legame che si crea con il gruppo di ragazzi che iniziano insieme quest’avventura. Le loro frequentazioni vanno oltre lo sport, si incontrano nella loro sede non solo per fare riunioni, ma anche per trascorrere ore libere e fare feste, oppure vanno tutti in bici alle prime feste nei dintorni. Nasce così la squadra della Canoa polo “CUS Udine” di Cervignano che pian piano conquista una serie di riconoscimenti partecipando ai vari tornei nazionali ed internazionali.
La passione di “Fragola”, questo l’affettuoso soprannome datogli dagli amici, è così forte che l’allenatore gli propone di fargli da “secondo” e così a 19 anni eccolo pronto ad una nuova conquista, quella del patentino di allenatore che porta a termine con successo dopo aver frequentato tutta una serie di corsi, dal primo soccorso all’uso del defibrillatore. Inizia così ad allenare due volte a settimana un gruppo di ragazzi di Cervignano, l’Under16, che nel 2015 si aggiudica un bel piazzamento nel Trofeo di Ponterosso di Trieste. In quel momento si rafforza ancora di più il legame con questo sport, e anche quando parte dei membri della sua squadra originaria lasciano per motivi di studio o di lavoro, Simone con altri non molla e insieme si uniscono ad un’altra squadra di Udine e formano così quello che loro chiamano “lo Squadrone”, perché unisce ragazzi dell’Alto e del Basso Friuli. L’acqua, il fiume sono una costante nella sua crescita e nell’esperienza da adolescente, tanto che a soli 13 anni prende la licenza di pesca che lo porterà, nel tempo, con i primi stipendi ad acquistare una barchetta sulla quale rifugiarsi quando vuole restare da solo.
Negli ultimi tempi cercava e apprezzava anche momenti in solitudine: una corsa in bici, un giro in auto o con la sua barca comprata a rate in cerca di un’alba, di un tramonto o del silenzio con la sola compagnia della sua canna da pesca.
Ogni anno a settembre Cervignano organizza un torneo internazionale di Canoa polo di tre giorni con squadre da Monaco, dall’Austria, dall’Ungheria, da Bologna, da Milano, da Roma, da Cagliari, dalle Marche, da Napoli… è la squadra di Simone ad occuparsi di tutto, ad organizzare il volantinaggio per far conoscere l’evento, ripulire il lungo fiume per gli ospiti e soprattutto organizzare il momento conviviale da vivere fino a tarda sera nel chiosco sul fiume con tanto di pastasciutta e frittura di pesce. È il momento che segna il saluto all’estate e l’inizio delle scuole.
Come gli altri, ci tiene che a Cervignano ci sia la squadra di Canoa polo e che abbia questo prestigioso torneo, vive con orgoglio il fatto che, chi passi sul fiume Ausa diretto verso Grado, si imbatta all’improvviso in quest’aria di sport e di festa.
Quello che noi genitori abbiamo visto è sempre stato il “gruppo”, finite le partite si era amici e questa era la sua carta vincente: l’amicizia, nello sport come in ogni momento della sua breve vita.
Tante volte noi genitori abbiamo seguito le sue partite e le sue vittorie, che erano anche le nostre e a volte anche le sconfitte. Sono stati undici intensi anni di Canoa polo che hanno lasciato molti ricordi in questa città, non ultimo l’evento “La Befana sul fiume”, dove i ragazzi accompagnavano la Befana lungo il fiume con le canoe illuminate dalle torce fino all’arrivo dove seguiva poi una grande festa conviviale molto attesa da adulti e bambini.
Ora ci resta la sua canoa, una canoa nuova che aveva dovuto comprare perché era cresciuto molto, ma che ha usato poco per gli incalzanti impegni lavorativi. Da poco aveva firmato un contratto a tempo indeterminato con una concessionaria di automobili. Prima di entrare ufficialmente nel mondo del lavoro, già da studente si dava da fare magari per pagarsi le vacanze o togliersi qualche soddisfazione. E così ha fatto volantinaggio, andava a fare la vendemmia, ha fatto l’aiuto istruttore in un centro estivo a Gorizia e nel centro estivo di Cervignano dove ha proposto questo sport ai bambini per far conoscere la Canoa polo. Ora è lui a trovarsi dall’altra parte e a trasmettere ai più piccoli l’amore per questo sport.
Il suo intento è sempre stato quello di essere autonomo e una volta diplomato invia il proprio curriculum ad una concessionaria di auto dove lo assumono per un periodo di prova di tre mesi, un contratto subito rinnovato per un anno fino al traguardo dell’indeterminato nel maggio 2018. Simone si occupa di curare il sito, svolge qualche mansione di segreteria ed è anche addetto alle vendite. Un traguardo per lui conquistato giorno dopo giorno che gli ha dato la possibilità di credere in se stesso, sentirsi gratificato nel mettere a frutto le sue capacità relazionali e le sue competenze in un settore che a lui piaceva moltissimo e dove aveva una grande voglia di migliorare e di crescere. Poi su richiesta del datore di lavoro, prende parte su Telefriuli ad un programma televisivo, “Effetto Motori Motorsport in FVG” per presentare le auto della concessionaria e incalzato dal giornalista che presenta il format ha modo di parlare del legame tra i giovani e la sicurezza stradale, esaltando i nuovi dispositivi di sicurezza presenti sulle nuove autovetture. Di questo parla tanto anche con noi, ci tiene a farci capire l’importanza di avere macchine solide. Lui stesso compra subito un’auto accessoriata con tanto di telecamere. Ogni tanto torna a casa con qualche auto che deve provare e ci convince a fare un giro con lui…e allora è tutto un decantare le nuove tecnologie.
A Simone è sempre piaciuto guidare e appariva molto sicuro, certo con i suoi vent’anni vogliamo credere che fosse anche prudente. Quando capitava di andare da amici che studiavano o vivevano fuori regione si spostava in treno per non farci preoccupare. Anche quel sabato 1 dicembre del 2018, ha preso il treno per andare a Bologna, ospite a casa di un’amica, forse era più di un’amica, è accolto e benvoluto dalla sua famiglia e quella sera cenano a casa tutti insieme. Per il dopocena erano indecisi, faceva freddo; ma era proprio a Bologna che Simone voleva organizzare la serata dell’ultimo dell’anno trascinando lì i suoi amici di Cervignano, ogni anno sceglievano un posto diverso, quindi voleva vedere questo locale. Alla fine tirano a sorte: si va!
Escono dal locale intorno alle 5. Stanno andando verso le macchine, camminano lungo la strada nello spazio destinato agli stalli per la sosta a pagamento, liberi a quell’ora di notte. Erano in fila per due, quando un ragazzo di 23 anni, distratto, perde il controllo dell’auto dopo appena 12 secondi dall’accensione. È un attimo. Lo specchietto laterale dell’auto aggancia il braccio di Simone che cade e batte la testa.
Il sorriso di Simone non si spegne quella notte. Continua a vivere non solo nel cuore di chi lo ama, ma in tutti coloro che hanno ricevuto i suoi organi.
È stato un dono per 23 anni: un figlio è il più bel dono che un uomo e una donna possano ricevere nella vita, ti rende genitori e incide nei cuori una profonda e dolcissima traccia indelebile che neanche la morte cancellerà mai.
Ed è per questo che noi genitori e la sorella Martina abbiamo dato il consenso alla donazione degli organi, il nostro Simone ora è diventato un “dono” anche per altre famiglie e noi siamo sicuri che da lassù ancora ci sorride e vuole vederci sorridere.

La sua allegria era così contagiosa che un giorno un suo amico lo ha definito “il wi-fi delle comitive”, perché creava connessioni ed è quello che è accaduto con l’estremo atto d’amore di donare i suoi organi. Ora c’è un pezzetto del nostro Simo in diverse parti d’Italia.
La distrazione può capitare a chiunque, anche ad un genitore. Può capitare soprattutto ai giovani che a volte sono spavaldi e convinti di avere sempre tutto sotto controllo, la dinamica di questa tragedia deve spingere tutti all’attenzione alla guida. Per noi non è facile parlarne, è un dolore continuo, ma siamo convinti di dover fare qualcosa, di dover offrire questa testimonianza perché l’incidente stradale è qualcosa che può succedere a tutti. Questo non vuol dire che non abbiamo dentro dolore, rabbia per quel che è successo, ma da questo deve nascere qualcosa di positivo. Perché Simone era gioia pura.
“….CHE IL MIO SORRISO POSSA RALLEGRARE LA VOSTRA GIORNATA!”
Simone, questo è stato uno dei tuoi ultimi messaggi sulla chat della famiglia e allora stai pur certo che i nostri sorrisi saranno delle irradiazioni quotidiane di te.
Ti vogliamo bene Simo.❤
La mamma, il papà e Martina

 

Andrea Pininfarina

Imprenditore

α Torino 26 giugno 1957
ω Trofarello 7 agosto 2008

Cavaliere del lavoro e uomo per bene: il ricordo dell’imprenditore torinese

Tra gli imprenditori che hanno reso grande il nome dell’Italia nel mondo c’è senza dubbio Andrea Pininfarina, presidente e amministratore delegato della storica carrozzeria torinese, la cui vita si è interrotta all’età di 51 anni a causa di un incidente stradale.
Figlio dell’imprenditore e senatore a vita Sergio Pininfarina e nipote del fondatore della Pininfarina, Battista “Pinin” Farina, Andrea Pininfarina è stato Vicepresidente di Confindustria durante la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo e membro del consiglio direttivo. Nel 2005 era stato nominato Cavaliere del Lavoro con la motivazione di essere il discendente di una famiglia che aveva sempre coniugato tradizione e innovazione.
La sua carriera ha avuto inizio nel 1982 negli Stati Uniti, un anno dopo la laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino. Nel 1983 era tornato in Italia con l’incarico prima di coordinatore, e poi di program manager del progetto Cadillac Allanté. Un traguardo raggiunto a soli 26 anni. Dal 1° luglio 2001 ricopriva il ruolo di amministratore delegato di Pininfarina Spa. È stato anche presidente di Federmeccanica e dell’Unione Industriali di Torino.
Sposato con Cristina Pellion di Persano, ha avuto tre figli, Benedetta, Sergio e Luca.
L’incidente che lo ha visto coinvolto è avvenuto il 7 agosto del 2008 in via Torino, a Trofarello. Erano le 8 del mattino e Andrea Pininfarina stava raggiungendo con il suo scooter la sede dell’azienda, non molto distante dal luogo in cui è accaduto l’incidente. Un uomo di 78 anni, alla guida di un auto, si è immesso su via Torino senza dare la precedenza allo scooter che sopraggiungeva. Sembrerebbe che il guidatore non si fosse accorto dell’arrivo del ciclomotore.
Unanime il cordoglio da parte di tutto il mondo politico e imprenditoriale italiano, che ricorda Andrea come “un imprenditore brillante ed esemplare”, che si distingueva per “il grande impegno professionale e civile” e che ha lasciato un enorme vuoto nel mondo industriale italiano.
A dieci anni dalla scomparsa il comune di Trofarello ha voluto intitolare all’industriale piemontese l’area verde tra via Torino e via XXIV Maggio, non lontano dal luogo dell’incidente. Nel giardino è stata installata una stele ad imperitura memoria: «Una stele alta, con la schiena dritta come era Andrea, e a pianta triangolare, perché tre erano le cose che animavano mio fratello: la famiglia, l’azienda e la società in cui viveva». Così ha commentato il fratello Paolo Pininfarina. Un luogo che deve invitare alla riflessione.

Alex Baroni

Cantautore

α Milano 22 dicembre 1966
ω Roma 13 aprile 2002

“La vita si arrese / e il cielo mi prese con sé”

Alessandro Guido Baroni, in arte Alex Baroni, nasce a Milano il 22 dicembre del 1966. Dopo la laurea in chimica intraprende la strada dell’insegnamento e come seconda attività canta nei locali milanesi. Siamo nei primi anni Novanta e Alex Baroni inizia anche collaborazioni come corista con Francesco Baccini, Spagna e Rossana Casale. A dargli una certa popolarità è Eros Ramazzotti che, dopo averlo portato in tournée, nel 1994 produce “Fuorimetrica”, l’album d’esordio: con l’artista romano Baroni duetta nel brano “Non dimenticare Disneyland”. Entra nell’Orchestra della RAI e, nel 1996, è al Festival di Sanremo, in qualità di corista.

Nel 1997 partecipa a “Sanremo Giovani” con il brano “Cambiare”, vincendo il “Premio Volare” intitolato alla memoria di Modugno assegnato dalla giuria di qualità, quell’anno presieduta da Luciano Pavarotti.

Il brano sanremese “Cambiare” è contenuto nel secondo album che porta il suo nome d’arte. L’album vende un milione di copie e diventa disco d’oro.

Il 1997 è anche l’anno in cui conosce Giorgia. Il rapporto tra i due durerà cinque anni, per interrompersi qualche mese prima del drammatico incidente stradale che ha coinvolto l’artista.

Nel 1998, partecipa nuovamente al Festival di Sanremo, questa volta nella «Categoria Big» con il brano “Sei tu o lei (Quello che voglio)”. Nel settembre dello stesso anno il suo nome acquista risonanza in vari paesi europei (tra cui Paesi Bassi, Germania, Svizzera e Polonia), grazie al disco intitolato “Onde”, dal titolo del brano che, nel frattempo, è diventato il suo più grande successo fuori dai confini italiani. A febbraio1999 Baroni viene premiato in Campidoglio con l’«Oscar dei Giovani 1998». Nel successivo mese di settembre esce il suo terzo album, “Ultimamente” nel quale è contenuta la canzone, drammaticamente profetica, “E il cielo mi prese con sé” scritta da Renato Zero.

Il disco riceve il favore delle radio, ma non riesce ad eguagliare le vendite dei due album precedenti. Baroni intraprende un lungo tour di due anni, nel quale non si risparmia, concedendosi ai fans con concerti gratuiti e di beneficenza. In quegli anni trova anche l’occasione di dedicarsi ad uno dei suoi più grandi amori musicali, le canzoni dei Beatles. Partecipa infatti a un omaggio a Lennon e McCartney, che ha visto l’intervento anche di Mina, poi, nei primi mesi del 2002 è il protagonista di “Beatles for ever”, uno spettacolo andato in scena al teatro Sistina di Roma con la partecipazione di Massimo Di Cataldo.

Il 19 marzo 2002, sulla circonvallazione Clodia a Roma, Baroni viene travolto da un’automobile che stava facendo inversione di marcia in un angolo nascosto. Alex era a bordo di una moto: l’impatto lo fa sbalzare e finire in strada, dove un’altra auto, che viaggiava a velocità sostenuta, lo investe per la seconda volta. Dopo un coma durato 25 giorni, muore all’Ospedale di Santo Spirito il 13 aprile 2002 all’età di 35 anni.

Altero Matteoli

Politico italiano

α Cecina 8 settembre 1940
ω Capalbio 18 dicembre 2017

L’ex Ministro delle Infrastrutture morto su quella pericolosa arteria che avrebbe voluto diventasse un’autostrada

Altero Matteoli è nato l’ 8 settembre del 1940 a Cecina (LI) ed è morto il 18 dicembre 2017 in un incidente stradale a Capalbio. Dal 1983 al 2005 ha sempre ricoperto il ruolo di deputato, con cariche, tra le tante, di membro della Commissione Antimafia e della Commissione d’inchiesta sulla P2. Nel 1994, durante il primo Governo Berlusconi, diventa Ministro dell’Ambiente, dicastero che rappresenta anche dal 2001 al 2006 sempre sotto la presidenza del consiglio del Cavaliere. Alle elezioni del 2006 viene eletto in Senato e nominato capogruppo a Palazzo Madama di Alleanza Nazionale, partito al quale ha aderito fin dalla sua nascita nel 1995 e nel quale è stato membro dell’esecutivo politico, oltre che coordinatore regionale per la Toscana. Nel 2006 è insignito della laurea honoris causa in Ingegneria per l’Ambiente ed il Territorio dall’Università di Perugia. Nello stesso anno viene eletto sindaco del Comune di Orbetello (GR), carica che ricopre fino al 2011. Dal 2008 al Novembre 2011 è nominato Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Berlusconi IV.

Il 16 novembre del 2013, in seguito alla sospensione delle attività del Popolo delle Libertà, aderisce a Forza Italia ed il 24 marzo del 2014 ne diventa membro del Comitato di Presidenza.

Nel 2014 il suo nome figura tra i 100 indagati dalla Procura di Venezia, per l’inchiesta sul Mose. Il 14 settembre 2017 era stato condannato a 4 anni di reclusione per corruzione e a oltre 9,5 milioni di multa per lo stesso reato ed era ricorso in appello.

La sua vita si interrompe bruscamente all’età di 77 anni, quando è presidente della commissione Lavori Pubblici al Senato e si interrompe su quella strada che Matteoli avrebbe sempre voluto diventasse un’autostrada: la Tirrenica. Nel 1985 su quella strada era rimasto vittima di un incidente gravissimo: costole e gambe fratturate, mesi d’ospedale. Lo ricordava spesso: «È da quando ero consigliere comunale a Livorno (era il 1983) che mi batto per la Tirrenica». Il tratto su cui è morto lo considerava uno dei più pericolosi. Erano da poco passate le 15 del 18 dicembre del 2017. La Bmw di Altero Matteoli viaggiava verso nord, diretta a Lucca ad una cena elettorale con il collega di partito Stefano Mugnai, capogruppo di FI in Regione. All’altezza della località Giardino perde il controllo, forse a causa di un malore e dopo aver tagliato tre corsie si scontra con un suv, i cui occupanti riportano danni rilevanti ma non sono in pericolo di vita. L’ambulanza arriva in pochissimi minuti: Matteoli viene estratto dalle lamiere e i sanitari tentano di rianimarlo. Mail suo cuore si ferma proprio su quella che lui avrebbe voluto diventasse un’autostrada.

 

 

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